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LA TARTUFICOLTURA

TartNonostante alcune Regioni  si stiano muovendo, sia autonomamente che con l'ausilio delle associazioni dei tartufai, sul fronte della difesa e del miglioramento degli ecosistemi tartufigeni, stiamo assistendo ad un progressivo quanto inesorabile depauperamento delle tartufaie naturali. Molteplici sono i fattori che hanno favorito e favoriscono tuttora questo processo. Il fenomeno ha avuto inizio negli anni 60-70 con l’esodo di massa  delle popolazioni rurali con il conseguente abbandono di quelle terre così dette marginali localizzate per lo più in collina e nella bassa montagna dove il tartufo trova la sua massima diffusione. Parallelamente una agricoltura di tipo industriale, supportata da mezzi meccanici sempre più grandi e potenti, ha contribuito a stravolgere l’ambiente rurale, in particolare con la sistematica eliminazione di alberi tartufigeni singoli o in filari, che costituivano delle importanti e caratteristiche tartufaie naturali. Oltre a questo anche altre opere  come le bonifiche, la regimazione delle acque, la costruzione di dighe etc. hanno prodotto simili risultati. Sin dagli anni ‘90 inoltre, è aumentato in maniera considerevole il territorio destinato alla protezione delle specie selvatiche, parchi nazionali e regionali, oasi di protezione, riserve naturali, questo ha prodotto   un esagerato aumento di animali ghiotti di tartufi quali l’istrice, il tasso e soprattutto il cinghiale il quale non si limita soltanto a sottrarre il prodotto al tartufaio e quindi al mercato, ma nella sua ricerca danneggia sempre la tartufaia e spesso la distrugge in modo irreparabile. Negli ultimi anni come se non bastasse si è registrato un altro fenomeno altrettanto preoccupante che è quello dei cambiamenti climatici con un’evidente aumento delle temperature medie accompagnato da periodi fortemente siccitosi con  conseguente significativa perdita di prodotto.
È possibile ovviare a tutto ciò solo con la  TARTUFICOLTURA. L’Italia pur essendo  il primo paese produttore di tartufi al mondo, e quasi unico produttore di tartufo bianco,  in questo campo è il fanalino di coda; paesi come la Francia e la stessa Spagna che hanno  tradizioni tartuficole molto più recenti, sono davanti a noi. In Francia si stima che l’80-85% del prodotto immesso nel mercato derivi da coltivazioni. Questa materia, peraltro non nuova va tenuta in alta considerazione, poiché credo sia di grande aiuto per garantire delle buone quantità di prodotto negli anni futuri. I tartufi essendo funghi ipogei simbionti, per vivere hanno bisogno di un partner (quasi sempre di una pianta-superiore) pertanto per la loro coltivazione sarà indispensabile piantare un’albero preventivamente micorrizato. Questa materia nel nostro  paese, non chiaramente disciplinata dal legislatore è stata offuscata da ditte produttrici di piantine, che senza tanti scrupoli approfittando della buona fede ed anche dell’ignoranza di alcuni cittadini hanno fatto  mettere a dimora materiale poco e male micorrizato, in terreni non idonei e per giunta a  costi  esorbitanti. Da qui sono scaturiti alcuni insuccessi, a fronte però anche di tanti successi alcuni dei quali anche eclatanti. Stiamo parlando principalmente della coltivazione dei tartufi neri: (T. melanosporum, T. aestivum, T. brumale e varietà moscatum, t. albidum).  Ad esempio, nella recente stagione 2002/2003 numero due piante di cerro dell’età di anni undici micorrizzate con T. melanosporum hanno prodotto la bellezza di 9 Kg di tartufo peraltro di ottima pezzatura i Valtiberina Toscana (Sansepolcro, Ar). Sempre nella stessa Provincia ma in Comune di Badia Tedalda, una tartufaia di roverella con superficie di circa metri quadri 2000 ha prodotto nella stessa stagione 18 Kg di T. brumale. In Abruzzo un’altra tartufaia con roverella di 3000 metri quadrati circa ha prodotto 108 kg di T. melanosporum con corpi fruttiferi di dimensioni eccezionali con pezzature sopra il kg. In Provincia di Aquila una tartufaia di numero 100 piante  messa a dimora tredici anni fa, l’anno passato ne  sono entrate in produzione  numero 97. Questi sono alcuni esempi di un razionale tartuficoltura, sicuramente eseguita in terreni vocati, con possibilità d’irrigazione, usando la specie di tartufo adeguata, con piantine molto ben micorrizate   esenti da funghi antagonisti inquinanti. Nella stagione 2003/2004 forse la più deleteria  degli gli ultimi 50 anni abbiamo constatato che i pochi tartufi di nero pregiato immessi nel mercato provengono tutti da coltivazioni ed in particolare da quelle dotate di impianto di irrigazione. Preme qui ricordare come nelle tartufaie naturali l’irrigazione, a parte casi sporadici risulti   di difficile applicazione, in quelle coltivate rappresenta un sorta di condicio sine qua non. Ribadiamo che quanto sopra esposto trova difficile applicazione per il tartufo bianco: questo tartufo, ha delle esigenze ecologiche molto particolari, difficilmente riproducibili artificialmente, le sue spore inoltre germinano con difficoltà e le micorrize prodotte, spesso inspiegabilmente risultano dall’esame del DNA riconducibili a forme di T. albidum, tutti fattori questi che fanno al momento ritenere poco conveniente e rischiosa la sua coltivazione,  pur riscontrando alcuni successi. Ma sono pochi e forse più legati alla casualità che ad una vera tecnica di coltivazione estendibile in larga scala.

 
 
 
 

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